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Rubrica BDM

Greggio, nucleare e guerre, l’Arabia saudita sceglie Putin

Il presidente russo e re Salman hanno sottoscritto accordi nel settore dell’energia. Più di tutto hanno avviato rapporti senza precedenti tra i due Paesi che potrebbero modificare gli equilibri del Medio Oriente

di Michele Giorgio   il Manifesto

Roma, 6 ottobre 2017, Nena News – Inedito approccio filosofico alla vita o solo una battuta per pungolare i rivali americani? Qualunque cosa sia, Vladimir Putin l’altro giorno ha ribadito una verità assoluta, a maggior ragione quando si parla di politica e diplomazia. «Nulla dura per sempre a questo mondo», ha commentato il presidente russo parlando dell’alleanza fra Stati Uniti e Arabia saudita mentre attendeva l’arrivo a Mosca di re Salman, primo membro della dinastia Saud a visitare la capitale russa. I colloqui tra i due leader sono stati di eccezionale importanza, hanno segnato una svolta nei rapporti tra i due Paesi senza incrinare le storiche relazioni tra Washington e Riyadh.

Per una volta è tutto molto semplice. L’Arabia Saudita ha compreso che la Russia è la protagonista su vari scenari mediorientali, non solo in Siria, e che gli interventi di Mosca nella regione in questi ultimi anni si sono rivelati sempre un successo. Re Salman e il suo irruento figlio e principe ereditario Mohammed sanno che con una Amministrazione Usa che abbaia ma non morde, almeno per ora, solo la Russia con la sua diplomazia potrà limitare il raggio d’azione del nemico Iran. E non a caso Putin, parlando due giorni fa alla “Settimana energetica russa”, si è detto consapevole delle preoccupazioni dell’Iran e dell’Arabia Saudita per quanto riguarda la crisi siriana e ha assicurato che la Russia è determinata a cercare un compromesso soddisfacente per tutti.

Certo Mosca non riuscirà mai a vendere armi per parecchie decine di miliardi di dollari a Riyadh. Sa che quell’aspetto e la “difesa” della monarchia saudita restano saldamente nelle mani degli Stati Uniti. Non per questo l’innamoramento con la monarchia saudita resterà privo di buoni affari per miliardi di dollari. Ieri era attesa la firma delle due parti di un accordo per la creazione di un fondo speciale per l’energia del valore di 1 miliardo di dollari. «Sono contento perché ci stiamo concentrando sullo sviluppo della nostra cooperazione non solo nell’ambito dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, ma stiamo anche sviluppando la cooperazione nei settori del petrolio e del gas e delle energie rinnovabili», ha commentato soddisfatto il ministro russo dell’energia Alex Novak. L’obiettivo saudita è quello di generare, entro il 2023, 9,5 gigawatt usando fonti rinnovabili con un piano di investimenti del valore di 50 miliardi di dollari.

Il petrolio comunque resta uno degli aspetti principali dell’avvicinamento tra Mosca e Riyadh. Il boom della produzione statunitense del petrolio e del gas derivanti da scisti bituminosi è stata la causa principale del crollo dei prezzi del greggio, con grave danno per i sauditi che ad un certo punto hanno dovuto attingere alle riserve finanziarie straordinarie per coprire i deficit di bilancio e i costi dell’interventismo di Riyadh nelle crisi in Medio Oriente e della sanguinosa guerra voluta dal principe Mohammed contro gli Houthi in Yemen.

Russia e Arabia saudita quindi hanno deciso di difendere insieme le proprie quote di mercato. E non è certo un caso che sia stato proprio il figlio di re Salman, consapevole della voragine nei conti aperta dall’offensiva in Yemen, a porre le basi per gli accordi con Mosca nei settori dell’energia e del commercio durante la sua missione in Russia dello scorso maggio. A cominciare dal memorandum d’intesa firmato ieri dal colosso petrolifero Aramco e dalla compagnia mineraria Saudi Basic Industries Corp (Sabic) con la più importante società petrolchimica della Russia, la Sibur. La Aramco ha anche raggiunto un accordo con Novatek, il maggiore produttore di gas statale russo. E ora Putin, per tenere stabile il prezzo del barile di petrolio, pensa a un prolungamento dell’intesa sui tagli alla produzione, che Opec e Paesi non Opec hanno deciso nel novembre scorso e che dovrebbe scadere a marzo.

Infine, non certo per importanza, c’è in ballo una possibile collaborazione tra Arabia saudita e Mosca nell’ambito dell’energia nucleare. Riyadh, per rispondere al programma dell’Iran in questo settore, progetta di coprire il fabbisogno interno di elettricità con il nucleare e di destinare l’intera produzione petrolifera all’esportazione. Già nel 2015 l’Arabia Saudita aveva firmato un accordo preliminare con la Russia per costruire i suoi primi reattori nucleari e lo scorso giugno, a margine del Forum economico di San Pietroburgo, ha sottoscritto un’intesa per la cooperazione bilaterale sull’uso pacifico dell’energia nucleare. Mosca sorride e allarga la sua influenza in Medio Oriente. Washington è avvertita.

Fonte Nena News.

Arabia saudita sceglie Putin

Arabia Saudita, lo Stato Islamico che piace a tutti (non solo a Putin)

Putin riceve in pompa magna re Salman. Ma tutti i leader occidentali, da Obama a Theresa May, hanno già pagato pegno all’Arabia Saudita (che finanzia l’Isis). Ci sono in ballo petrolio e armi

Niente, non c’è niente da fare. L’Arabia Saudita puoi criticarla, disprezzarla, persino combatterla. Ma da lì devi comunque passare. Alla fin fine il Paese più finto del mondo, inventato dagli inglesi (nella battaglia di Sabilla, quella che nel 1929 sancì la vittoria fiale di Ibn Saud sui beduini ribelli, l’apporto decisivo lo diedero i mezzi corazzati e i bombardieri inglesi) e costruito dagli americani, è diventato uno snodo fondamentale della politica e dell’economia internazionale. L’Isis può agonizzare serenamente: uno Stato islamico c’è già e per di più piace a tutti.

Lo si è visto proprio in queste ore, con la visita di re Salman a Mosca, la prima di un sovrano saudita in Russia, nonostante fosse stata proprio l’Urss, nel 1926, il primo Paese al mondo a riconoscere la legittimità del potere di Ibn Saud, a sua volta padre di Salman. Vladimir Putin ha accolto con tutti gli onori il vecchio re, che di fatto ha già ceduto i poteri al figlio Muhammad, e con lui ha siglato un patto che peserà sull’economia mondiale dei prossimi anni. Russia e Arabia Saudita hanno infatti convenuto di prolungare l’accordo raggiunto l’anno scorso per tagliare la produzione di petrolio e far così risalire i prezzi, mantenendoli più vicini alla quota di sicurezza di 60 dollari che non a quella di sprofondo, per altro più volte toccata, di 45. Certo, l’accordo è “firmato” dall’Opec e da altri 11 Pesi esterni all’organizzazione.Ma se sono contenti due dei principali produttori al mondo, gli altri saranno felici e contenti di allinearsi.

Il paese più finto del mondo, inventato dagli inglesi e costruito dagli americani, è diventato uno snodo fondamentale della politica e dell’economia internazionale

Lo sbarco di re Salman nel freddo moscovita è anche un riconoscimento per Putinche dai sauditi, grandi sponsor dei terroristi che volevano abbattere il presidente siriano Bashar al-Assad, dovrebbe essere detestato. In realtà anche a Riad riconoscono che il ruolo del Cremlino in Medio Oriente non può più essere ignorato. Sia nella versione militare come in Siria, dove l’intervento russo ha cambiato le sorti della guerra. Sia in quella politico-diplomatica, per la vicinanza all’Iran e per la capacità di gestire con astuzia quest’amicizia complicata, come l’accordo del 2015 sul nucleare, siglato anche dagli Usa di Barack Obama e dalla Ue, dimostra a sufficienza.

Quindi giù firme sui contratti nei saloni stuccati oro del Cremlino, con il permesso accordato ai russi di mettere un piedino nel sancta sanctorum della ricchezza saudita: la compagnia petrolifera di Stato Aramco, che l’anno prossimo dovrebbe mettere sul mercato il 5% delle proprie azioni. Si dice da tempo che Rosneft, il braccio petrolifero della politica estera russa, sarebbe in prima fila per acquisire parte di quella quota. Per ora Sibur, gigante russo della petrolchimica, e il Fondo di investimento statale russo hanno firmato una dichiarazione d’intenti per delle joint venture con Aramco nel settore della raffinazione. Per ora, domani chissà.

L’unico altro Paese che l’Arabia Saudita tratta con questo rispetto è Israele, con cui peraltro non ha mai avuto nemmeno uno straccio di relazione diplomatica. Per tutti gli altri il rapporto con l’Arabia Saudita si risolve allo stesso modo: correre a piatire contratti e investimenti. Barack Obama, quando andava a Riad, faceva anticamera, re e principi non andavano nemmeno ad accoglierlo all’aeroporto. Sventolavano un po’ di miliardi e tanto bastava

L’unico altro Paese che l’Arabia Saudita tratta con questo rispetto è Israele, con cui peraltro non ha mai avuto nemmeno uno straccio di relazione diplomatica. Ma Israele è una potenza, condivide l’ostilità saudita nei confronti dell’Iran, ha sviluppato un notevolissimo settore high tech e potrebbe convogliare sul regno, impegnato con il progetto di riforma dell’economia intitolato Saudi Vision 2030, investimenti preziosi.
Dal canto suo, l’Arabia Saudita potrebbe rivelarsi preziosa, per Israele, nella risoluzione della questione palestinese. Perché se i Saud li mollassero, i palestinesi sarebbero davvero finiti. Altro che due Stati, farebbero fatica persino a trovare un cortile. Così, ai primi di settembre, il principe ereditario Mohammad bin-Salman, vero uomo forte del regno, si è recato in visita in Israele. E gli uni e gli altri hanno trovato modo di farlo sapere in giro.

Per tutti gli altri il rapporto con l’Arabia Saudita si risolve allo stesso modo: correre a piatire contratti e investimenti. Gli Usa non fanno eccezione. Barack Obama, quando andava a Riad, faceva anticamera, re e principi non andavano nemmeno ad accoglierlo all’aeroporto. Sventolavano un po’ di miliardi e tanto bastava. Obama vendette 63 miliardi di dollari armi ai sauditi nel 2010. Donald Trump, che tante ne aveva dette sui sauditi come ispiratori dell’11 settembre durante la campagna elettorale, ha fatto in fretta retro marcia. L’Arabia Saudita è diventata alleata indispensabile, soprattutto dopo che re Salman gli ha sganciato un assegno da 140 miliardi di dollari per le solite armi.

Theresa May, la premier del Regno Unito, nell’affanno del post Brexit che le ha fatto promettere agli inglesi di aumentare del 37% entro il 2030 il commercio con i primi 10 partner commerciali non Ue, è andata supplice in Arabia Saudita

Sul resto del mondo si potrebbe stendere un velo pietoso. Theresa May, la premier del Regno Unito, nell’affanno del post Brexit che le ha fatto promettere agli inglesi di aumentare del 37% entro il 2030 il commercio con i primi 10 partner commerciali non Ue, è andata supplice in Arabia Saudita.
Tanto supplice da aver impedito la pubblicazione di un rapporto governativo sui legami tra il regno dei Saud e le organizzazioni islamiste che operano (e spesso colpiscono) nel Regno Unito. Del resto, ci sono 30 mila inglesi che vivono e lavorano in Arabia Saudita e l’industria inglese degli armamenti riceve dai sauditi il 65% degli ordinativi. Che volete che faccia, la povera May?

La Francia? Non parliamone. Nel 2015 il presidente Hollande andò due volte in visita ufficiale di Stato in Arabia Saudita, e per tre volte ci andò il primo ministro Valls. Alla terza visita, Valls portò con sé 200 industriali francesi e allegramente siglò contratti (anche per armi) per oltre 10 miliardi di euro. Su quei contratti campeggiava la firma dell’allora ministro francese dell’Economia e dell’Industria, un signore di nome Emmanuel Macron che poi ha preso il posto di Hollande. Ops!

L’Italia nel 2014 ha raggiunto con i sauditi un interscambio commerciale di nove miliardi di euro e per i nostri aeroporti transitano le bombe che i sauditi usano per colpire i civili nello Yemen

L’Italia nel 2014 ha raggiunto con i sauditi un interscambio commerciale di nove miliardi di euro e per i nostri aeroporti transitano le bombe che i sauditi usano per colpire i civili nello Yemen. E poi c’è la Ue, certo. Qualche tempo fa, dopo aver ricevuto il ministro degli Esteri del Qatar in rotta con l’Arabia Saudita, Federica Mogherini, responsabile per la politica estera e di sicurezza, disse che l’Europa ha sempre avuto ottimi rapporti con Arabia Saudita e Qatar e tiene molto a continuare ad averli.
Per cui, davvero: ma chi gliel’ha fatto fare ai sauditi di spendere tutto questi soldi nel Califfato di Al Baghdadi? Lo Stato islamico, quello dove tagliano la mano ai ladri e la testa agli apostati, c’è già, è ricco, prospero e stimato. Amato forse, a giudicare dagli strilli di gioia con cui è stata accolta la notizie che le donne saudite potranno addirittura guidare l’automobile. Ha un re, una bella capitale, tanti grattacieli ed è uno dei centri del mondo, mica quella roba da straccioni di Raqqa. C’è già e si chiama Arabia Saudita

Arabia Saudita lo Stato Islamico che piace a tutti non solo a Putin

Video of the Week New Clashes Erupt Between Israeli Security Forces, Muslim Worshippers

Temple Mount temporarily closed to Jewish visitors after clashes with police




The Temple Mount was temporarily closed to Jewish visitors on Wednesday at the order of Jerusalem District Commander Yoram Halevy after Jews broke visitation rules at the holy site, police said. The Jewish visitors were expelled from the compound for bringing sacred books to the Mount and trying to pray there. After one of the individuals was cautioned, another took out a holy book, and the group was expelled. Meanwhile, renewed clashes erupted between protesters and Israeli security forces near the Lion's Gate in the Old City, where police used stun grenades against the demonstrators. A regular dynamic has developed involving clashes between Palestinians and Israel Police over the past several days near the Lion's Gate. Dozens of Palestinians are present at the site on a regular basis, urging devotion to the Al-Aqsa Mosque on the Temple Mount and condemning Israel. During Muslim prayer times, particularly the midday and nighttime prayers, hundreds and sometimes even thousands have been gathering there.

There have been outbreaks of violence during these periods, including stone-throwing or physical confrontations with the police. In most of these incidents, the police have been using stun grenades and sponge-tipped bullets to disperse the crowds. In a number of cases, journalists in the area have also suffered violence at the hands of the police. On Tuesday, Hassan Shaalan, a reporter for the Ynet news website, was struck by a policeman even after he identified himself as a member of the press. A group of Jerusalem-based journalists released a statement of condemnation over the incident and called on the police to permit reporters to do their jobs. The Jerusalem Police responded: "This involved an incident that took place in the course of violent disturbances of the peace that occurred in Jerusalem while the police were acting to remove the demonstrators from the street after some of them refused to vacate. The forces working on the scene are under constant threat to their lives. http://www.haaretz.com/israel-news/1.802141

Boycott Israeli diamond